Apro gli occhi alle 6:11 e mi rendo subito conto che oggi è quel giorno: il giorno in cui mi sveglio e sono solo nel letto. Con uno sforzo notevole mi riaddormento, entrando in un incubo simbolista semplicemente spaventoso.
Di solito è tranquillo qui. Oggi invece si sono scatenati tutti. Il citofono, il telefono, i vicini di casa, il camion che scarica dal cantiere, la manutenzione delle pompe, i cani che abbaiano, le ambulanze che passano urlando sulla statale. Ce l'avete tutti con me, ho capito.
I gatti sono davvero impietosi: sanno essere indipendenti e schivi, quasi freddi, e stamattina eccovi tutti qui, mi guardate e miagolate ed avete tutti un'espressione che sembra dire "non stare male, per favore, ci siamo noi". Non è vero: so esattamente che hanno fame, e tra 10 minuti saranno tutti in giro per conto loro. Sono davvero incredibili, nulla di tutto questo gli appartiene, forse non si rendono nemmeno conto.
Se domani mattina io venissi rapito dagli alieni loro potrebbero continuare la loro vita come se nulla fosse, andando a miagolare dal primo che si trovano davanti per avere due croccantini.
Il mio rito di passaggio, nonché l'unica cosa che ho la forza di fare, è il taglio dei capelli. Era in programma da qualche giorno, quindi vado in bagno, afferro la macchinetta e rado al suolo. Mi sento ingrigito, mi immagino brizzolato. Invece ho dei capelli di merda e sono stempiato, sono finiti i tempi della chioma rock. Ormai posso permettermi solo il taglio a zero, e se un dio tricologo mi risparmierà, la stempiatura si fermerà ed io non sarò proprio calvo.
Il peso peggiore è la consapevolezza che sto per lasciare questa casa.
Qualunque cosa accada, in bene o in male, l'avventura in questo posto è finita. Non posso e non voglio più stare in un luogo che rappresenta un progetto di vita, se quel progetto non potrà più esistere. Me la cavo meglio con i reset, voglio iniziare di nuovo e con regole diverse.
Il bene e il male. Non so più distinguerli: mi sono svegliato e non ero più adulto, ho perduto la capacità di valutare la mia vita, sapendo di aver in qualche modo permesso che si arrivasse a questo. Tutto, in questa casa, ha perso la sua funzione. Il letto non ha più una forma idonea, la macchinetta del caffè mi guarda e mi chiede "cos'è andato storto?", la finestra del bagno è rotta e sembra un quadro astratto. A terra c'è polvere che non ho intenzione di togliere.
Mentre mi taglio i capelli, davanti allo specchio, faccio uno errore e mi provoco un taglio sul collo. Brucia. Mi rendo conto che ho tagli e cicatrici ovunque, a momenti faccio quasi spavento. Ho un taglio sotto il pollice della mano destra, è profondo e molto vicino ad una vena ben visibile. Tanto vicino che mi domando come ho fatto a non lacerarmi quella vena. Più guardo quella linea rossa più penso che dovrei aprire, divaricare, osservare bene cosa c'è dentro. Far uscire molto più sangue.
La doccia è più una tortura che altro. Con tutte quelle ferite il sapone brucia ovunque, e non c'è modo di evitarlo.
Tutte le ferite che ho dentro sanguinano silenziosamente, perché la mia pelle è fatta di illusioni impenetrabili: devo portare le ferite e le cicatrici fuori, per non illudermi di essere invulnerabile. I segni sul mio corpo sono, ormai, la mia storia. Vivo una vita che non mi appartiene, infilato a forza in un corpo umano su cui non ho il controllo. Vivo in dimensioni parallele dove ciò che accade nel piano reale non mi appartiene del tutto.
Solo due volte i piani hanno combaciato, ed è stato terribile. Questa è la terza.

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